martedì, 20 novembre 2007

Giornata mondiale dell'infanzia

I bambini imparano ciò che vivono.

Se un bambino vive nella critica impara a condannare.

Se un bambino vive nell'ostilità impara ad aggredire.

Se un bambino vive nell'ironia impara ad essere timido.

Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.

Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.

Se un bambino vive nell'incoraggiamento impara ad avere fiducia.

Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.

Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.

Se un bambino vive nell'approvazione impara ad accettarsi.

Se un bambino vive nell'accettazione e nell'amicizia impara a trovare l'amore nel mondo.

Doret's Law Nolte

postato da: MelancoliaI alle ore 11:00 | link | commenti (1)
categorie: poesia
sabato, 10 febbraio 2007

Michelangelo, Rime, 279

La forza d'un bel viso a che mi sprona?

C'altro non è c'al mondo mi diletti:
ascender vivo fra gli spirti eletti
per grazia tal, c'ogni altra par men buona.

Se ben col fattor l'opra suo consuona,
che colpa vuol giustizia ch'io n'aspetti,
s'i' amo, anz'ardo, e per divin concetti
onoro e stimo ogni gentil persona?

Michelangelo, Studio per la Leda
postato da: MelancoliaI alle ore 15:37 | link | commenti
categorie: poesia
mercoledì, 22 novembre 2006

Alexandros

I

- Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell'aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall'ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,

l'ultimo fiume Oceano senz'onda.
O venuti dall'Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l'infinita ombra del Vero.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m'era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!

Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl'infiniti armenti.

A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

IV

Figlio d'Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l'auleta:

soffio possente d'un fatale andare,
oltre la morte; e m'è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente...

e il canto passa ed oltre noi dilegua. -

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall'occhio nero come morte;
piange dall'occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell'occhio nero lo sperar, più vano;
nell'occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell'immenso piano,

come trotto di mandre d'elefanti.

VI

In tanto nell'Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d'un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

Giovanni Pascoli

Alessandro "Schwarzenberg", copia da Lisippo

postato da: MelancoliaI alle ore 09:06 | link | commenti (4)
categorie: poesia
lunedì, 20 novembre 2006

Dormono le cime dei monti
e le vallate intorno,
i declivi e i burroni;
 
dormono i rettili, quanti nella specie
la nera terra alleva,
le fiere di selva, le varie forme di api,
i mostri nel fondo cupo del mare;
 
dormono le generazioni
degli uccelli dalle lunghe ali.
Alcmane
postato da: MelancoliaI alle ore 08:51 | link | commenti
categorie: poesia
martedì, 31 ottobre 2006

211 anni fa...John Keats

Il 31 ottobre del lontano 1795 nasceva uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. La tisi lo stroncò a Roma a soli 26 anni, ma in questa vita brevissima ha saputo cantare la Bellezza come nessun altro. E' quasi inutile contare gli anni che lo separano da noi, perché coi suoi versi è riuscito ad attingere all'Eternità...

 

Questa è la sua poesia più celebre nonché una delle mie preferite in assoluto: Ode on a Grecian Urn.

Con tanti auguri di buon compleanno, John

1.

THOU still unravish’d bride of quietness,
 
  Thou foster-child of silence and slow time,  
Sylvan historian, who canst thus express  
  A flowery tale more sweetly than our rhyme:  
What leaf-fring’d legend haunts about thy shape         5
  Of deities or mortals, or of both,  
    In Tempe or the dales of Arcady?  
  What men or gods are these? What maidens loth?  
  What mad pursuit? What struggle to escape?  
    What pipes and timbrels? What wild ecstasy?         10
 
2.

Heard melodies are sweet, but those unheard
 
  Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;  
Not to the sensual ear, but, more endear’d,  
  Pipe to the spirit ditties of no tone:  
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave         15
  Thy song, nor ever can those trees be bare;  
    Bold Lover, never, never canst thou kiss,  
Though winning near the goal—yet, do not grieve;  
  She cannot fade, though thou hast not thy bliss,  
    For ever wilt thou love, and she be fair!         20
 
3.

Ah, happy, happy boughs! that cannot shed
 
  Your leaves, nor ever bid the Spring adieu;  
And, happy melodist, unwearied,  
  For ever piping songs for ever new;  
More happy love! more happy, happy love!         25
  For ever warm and still to be enjoy’d,  
    For ever panting, and for ever young;  
All breathing human passion far above,  
  That leaves a heart high-sorrowful and cloy’d,  
    A burning forehead, and a parching tongue.         30
 
4.

Who are these coming to the sacrifice?
 
  To what green altar, O mysterious priest,  
Lead’st thou that heifer lowing at the skies,  
  And all her silken flanks with garlands drest?  
What little town by river or sea shore,         35
  Or mountain-built with peaceful citadel,  
    Is emptied of this folk, this pious morn?  
And, little town, thy streets for evermore  
  Will silent be; and not a soul to tell  
    Why thou art desolate, can e’er return.         40
 
5.

O Attic shape! Fair attitude! with brede
 
  Of marble men and maidens overwrought,  
With forest branches and the trodden weed;  
  Thou, silent form, dost tease us out of thought  
As doth eternity: Cold Pastoral!         45
  When old age shall this generation waste,  
    Thou shalt remain, in midst of other woe  
Than ours, a friend to man, to whom thou say’st,  
  “Beauty is truth, truth beauty,”—that is all  
    Ye know on earth, and all ye need to know.         50

postato da: MelancoliaI alle ore 12:37 | link | commenti (1)
categorie: poesia
venerdì, 27 ottobre 2006

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbere ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi sappiano infine che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni, che in preda all’ultima onda
splendide proclamano le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole al volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed essere gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime.
Non andartene docile in quella buona notte,
infuria, infuria contro il morire della luce.

Dylan Thomas

postato da: MelancoliaI alle ore 07:53 | link | commenti (2)
categorie: poesia
venerdì, 16 giugno 2006

Rerum vulgarium fragmenta, CCLXXII

La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
or quinci or quindi, sí che 'n veritate,
se non ch'i' ò di me stesso pietate,
i' sarei già di questi penser' fòra.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai
ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.

Francesco Petrarca

postato da: MelancoliaI alle ore 19:34 | link | commenti
categorie: poesia
lunedì, 12 giugno 2006

10 giugno

Un solo rudere, sogno di un arco,
di una volta romana o romanica,
in un prato dove schiumeggia un sole
il cui calore è calmo come un mare,
e, del mare, ha il sapore di sale,
il mistero splendente: lì ridotto,
sulla schiuma, del mare della luce,
il rudere è solo: liturgia
e uso, ora profondamente estinti,
vivono nel suo stile - e nel sole -
per chi ne comprenda presenza e poesia.
Fai pochi passi, e sei sull'Appia
o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,
per tutti. Anzi, meglio è complice
di quella vita chi non ne sa stile
e storia. I suoi significati
si scambiano nella sordida pace
indifferenza e violenza. Migliaia,
migliaia di persone, pulcinella
di una modernità di fuoco, nel sole
il cui significato è anch'esso in atto,
si incrociano pullulando scure
sugli accecanti marciapiedi, contro
l'Ina-Casa sprofondate nel cielo.
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi e' nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più.

Pier Paolo Pasolini

postato da: MelancoliaI alle ore 07:41 | link | commenti
categorie: poesia

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