
E' il titolo della foto della statunitense Stephanie Sinclair, premiata dall'Unicef come "Foto dell'anno 2007". Ghulam, 11 anni, è ritratta nel giorno del suo matrimonio con Faiz Mohammad, 40 anni.
«Il premio "UNICEF Photo of the Year 2007" richiama l'attenzione del pubblico su un problema di dimensioni mondiali. Milioni di ragazze sono costrette a sposarsi in età prematura: nella maggior parte dei casi è loro negata per sempre una vita autodeterminata» afferma Eva Luise Köhler, ambasciatrice UNICEF, alla cerimonia di premiazione a Berlino.
Secondo l'UNICEF, sono circa 60 milioni le ragazze nel mondo che si sposano in età adolescenziale. In gran parte dell'Asia meridionale e in Africa australe, il matrimonio è spesso considerato una transazione commerciale, che nulla ha a che vedere con i desideri della persona. La sposa in questo contesto diventa merce di scambio: più è giovane, maggiore il suo prezzo.
Non voglio rassegnarmi a credere che questa mentalità crudele non possa né debba mutare. Nessuna tradizione può giustificare il sacrificio di bambine e ragazzine che hanno il diritto di essere considerate persone, non cose. Secoli fa succedeva lo stesso nella vecchia Europa, lo so bene, ma se qui il modo di pensare è cambiato, perché non dovrebbe accadere, prima o poi, anche in altri continenti?
Astrolabio espone un'idea che a mio avviso dovrebbe essere lapalissiana: vietare ad una donna di vestirsi come desidera, per sua libera scelta, è altrettanto talebano che imporle di indossare il burqa.
Resta però la questione sollevata da Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia (e, per interposta persona, da Faramir): le donne musulmane spesso non sono libere di mettere il velo. Lo fanno per imposizione della famiglia o del marito. Questo è il vero problema, un problema che però non si risolve con i divieti, bensì aiutando queste donne a liberarsi dalle pressioni familiari e sociali e difendendole contro chi usa loro violenza di qualsiasi tipo.
Pessime notizie dall'Iraq. Una giovane donna di 22 anni è stata lapidata in pubblico dai Mujaheddin seguaci di Al-Qaeda ad Al Qaim, nell'ovest del Paese. Cinicamente mi viene da osservare che un aspetto positivo c'è: delle migliaia di donne lapidate ogni anno nei Paesi mediorientali almeno una è salita agli onori della cronaca.
Gli stessi figuri hanno distribuito, in un'altra città, volantini che intimano alle ragazze maggiori di 14 anni di abbandonare la scuola e vietano l'istruzione mista in tutte le scuole, pena la vita.
L'Iraq sta sempre più precipitando nel baratro, e non vedo alcuna via d'uscita all'orizzonte. L'idea di farne uno stato federale diviso su basi confessionali mi sembra buona, ma temo che non servirà a fermare gli scontri interreligiosi - e i terroristi che continuano a spargere sangue.
UPDATE: altre brutte notizie

48 anni, due figli. Giornalista della Novaja Gazeta, giornale ostile al Cremlino. Autrice di reportages in cui criticava l'atteggiamento del governo verso la guerra in Cecenia e gli abusi commessi dalle truppe russe. Uccisa. Il suo PC è stato sequestrato dalla polizia russa.
Intervista a Maryam Rajavi, presidente dell'associazione Donne Democratiche Iraniane, da Io Donna, inserto del Corriere della Sera, del 17 giugno.
Maryam Rajavi è una donna gentile e raffinata. Dai suoi grandi occhi blu, traspare la forza tranquilla della speranza, un sogno di libertà e democrazia che consola il dolore e i lutti che ha patito per tutta la sua vita, All'università di Teheran, facoltà d'ingegneria, partecipò alle proteste contro lo scià. Ma la fine di quel regime segnò l'inizio della rivoluzione dei mullah, il paese aggredito dall'Iraq di Saddam Hussein, allora sostenuto dall'Occidente, precipitò nell'isolamento e nel fondamentalismo religioso. E Maryam continuò a battersi, a partecipare alle marce di protesta, fino a quando non fu costretta a lasciare il paese, negli anni Ottanta, per rifugiarsi a Parigi.
Tutti e due i regimi hanno inferto ferite profonde alla sua famiglia. Una sorella, Narges, uccisa dalla polizia dello scià, un'altra, Massoumeh, dai guardiani della rivoluzione di Khomeini, mentre era incinta di otto mesi.
Il regime uccide anche suo cognato. Se un giorno, l’Iran si aprirà alla democrazia, Maryam Rajavi, 54 anni, è candidata a guidare il periodo di transizione. Partiti e movimenti dell’opposizione in esilio, l’hanno eletta 14 anni fa presidente dell' CNRI, il consiglio nazionale della Resistenza.
Chi è davvero Amahdinejad? Un fanatico fondamentalista, o un politico con una strategia?
” Amahdinejad è il primo esponente del regime iraniano e ne rappresenta la continuità strategica. E’ anche un terrorista, coinvolto nell’esecuzione di almeno un migliaio di oppositori, è uno dei comandanti delle guardiani della rivoluzione ed è uno degli ispiratori della politica nucleare”.
Fino a che punto si spingerà il regime?
”La strategia del regime consiste nell’esportazione del fondamentalismo islamico e del terrorismo, nella presunzione di essere riferimento di 1,5 miliardi di musulmani nel mondo, anche se non sa rispondere ai bisogni degli iraniani. E’ una strategia di sopravvivenza, perché non resisterebbe alla minima apertura. Favorendo l’elezione di Amahdinejad alla presidenza, la guida suprema religiosa Khamenei ha dichiarato guerra alla comunità internazionale. E’ una strategia di corto respiro, direi suicida.”
Perché?
“La sola alternativa sarebbe mettere fine alla repressione degli iraniani, farla finita con le interferenze in altri Paesi e condividere le regole internazionali, ma in questo modo il regime crollerebbe”.
E’ però innegabile un certo sostegno popolare ad Amahrinejad. In fondo, ha sconfitto il candidato degli imam, Rafsanjavi.
”Le elezioni non sono state libere e democratiche. La selezione è stata imposta da Khamenei, per controllare le differenti fazioni all’interno stesso del potere. E Amahdinejad è esecutore leale del potere di Khamenei. Come in passato, il regime cerca di far vedere un supporto popolare, ma è una messinscena.”
In questi giorni, Rafsanjavi ha criticato la politica estera del governo.
”Si tratta di contestazioni di facciata. Il regime è compatto sul programma di nucleare e sulla strategia d’ infiltrazione in Irak. Il regime cerca di prendere tempo, prova ad ammorbidire l’occidente, ma gli obbiettivi sono sempre gli stessi.”
Vi aspettate una posizione netta e ultimativa del Consiglio di Sicurezza?
”Speriamo che il mondo abbia fatto tesoro dell’esperienza. Più si perde tempo in tentativi di conciliazione e più l’Iran si avvicina alla bomba nucleare. Speriamo che Russia e Cina non commettano l’errore fatto in questi tre anni dagli europei. Speriamo in una linea di fermezza, prima che si arrivi alla catastrofe.”
Per fermezza intende sanzioni, embargo o opzione militare?
”Vorrei che si rinunciasse alla politica di conciliazione. Si devono imporre sanzioni progressive : politiche, diplomatiche, e commerciali, sospendendo vendita di armi e tecnologie. Vorremmo il sostegno internazionale ad un popolo che vuole vivere in democrazia. Vorremmo il riconoscimento della resistenza iraniana. Vorremmo che i muhajiddin del popolo siano cancellati dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche in cui sono stati inseriti per compiacere il regime. Vorremmo che i Paesi occidentali la smettessero di pensare a breve termine, secondo i propri interessi. Siamo invece contrari assolutamente ad un intervento di tipo militare.”
Non crede che la guerra in Irak abbiamo accelerato i progetti nucleari di difesa?
”Il regime sviluppa la politica nucleare non da tre, ma da venti anni. Il regime vuole tenere sotto ricatto la comunità internazionale, per sviluppare la propria politica. Un’arma nucleare nelle mani di un regime fanatico e fondamentalista è molto pericolosa, anche perché questo regime controlla un paese con enormi risorse economiche”.
Non sempre i movimenti di resistenza in esilio hanno dato prova di credibilità. Pensiamo all’esperienza irakena.
”Quelli che pretendevano di rappresentare l’Irak erano individui singoli, sostenuti da vari servizi segreti. Noi siamo una resistenza organizzata dentro e fuori l’Iran. Per me parlano le sofferenze patite dalla mia famiglia. Ogni membro della resistenza rappresenta i sacrifici della lotta al regime, con decine di miglia di amici o familiari uccisi o torturati”.
Le misure di embargo in passato hanno rafforzato i regimi che le hanno subite.
“La situazione iraniana è diversa per il carattere popolare e vasto della resistenza. L’Iran è un Paese ricco, ma l’80% della popolazione vive in povertà. Gli iraniani non beneficiano delle risorse del Paese. La maggioranza degli iraniani è contro una politica nucleare insensata e ingiustificata.”
Come sono state possibile grandi manifestazioni di protesta, ad esempio degli studenti?
”Esistono una vera resistenza e una vera opposizione che il regime non riesce a cancellare. Ci sono migliaia di manifestazioni, ma vengono soppresse con arresti di massa, come è accaduto qualche settimana fa con gli autisti di autobus. Nel primo giorno di sciopero, 2000 autisti sono state arrestati, anche i loro figli e le mogli. Le donne sono le prime vittime del regime misogino.”
In occidente abbiamo visto segnali di apertura, proprio nei confronti delle donne.
“Si tratta sempre di immagini ad uso esterno. La realtà è diversa: povertà, corruzione, repressione e restrizione della libertà delle donne. Le donne sono controllate persino a casa loro.”
Qual è il vostro progetto per l’Iran democratico?
” Siamo per la libertà religiosa e per la separazione della religione dallo Stato. Siamo per l’uguaglianza tra uomini e donne. Vogliamo che le donne abbiano un ruolo attivo nella democrazia, nell’economia e nella politica del paese. Quello che noi proponiamo è l’antitesi del regime dei mollah : libertà di espressione, di religione, di pensiero. Il popolo iraniano ha sempre combattuto contro tutte le dittature. L’occidente e gli americani si sono sempre resi conto in ritardo dei loro errori strategici, ma li hanno sempre ripetuti. Oggi il regime è vicino alla bomba atomica e lancia campagne di reclutamento di kamikaze, per esportare il terrorismo. Vi hanno aderito almeno 40 mila persone. I primi vengono utilizzati in Irak contro le truppe americane e per fomentare la guerra civile. Il momento di fermare tutto questo è arrivato.”
Massimo Nava
On January 3, 2006, 18-year-old Nazanin was sentenced to death for murder by court in Iran after she reportedly admitted fatally stabbing one of three men who attempted to rape her and her 16-year-old niece in a park in Karaj (a suburb of Tehran) in March 2005. She was seventeen at the time. Her sentence is subject to review by the Court of Appeal, and if upheld, to confirmation by the Supreme Court.
According to reports in the Iranian newspaper E’temaad, Nazanin told the court that three men had approached her and her niece, forced them to the ground and attempted to rape them. Seeking to defend her niece and herself, Nazanin stabbed one man in the hand with a knife that she possessed. As the men continued their attack, she stabbed another of the men in the chest, which eventually caused his death. She reportedly told the court “I wanted to defend myself and my niece. I did not want to kill that boy. At the heat of the moment I did not know what to do because no one came to our help”. She was nevertheless sentenced to the maximum punishment possible under the law, death by hanging.
Urgent action is needed to help save a young life whose only crime was an attempt to defend herself. Nazanin and many like her are caught between two undesirable options. On one hand, Iranian Penal Code severely limits the possibility of using ‘self-defense’ as a legitimate defence to aggression. On the other hand, if Nazanin had allowed the rape to take place, she could still be imprisoned, flogged or stoned for having sex outside of marriage unless four male witnesses to the actual rape would testify on her behalf.
Next week, the Iranian Supreme Court is due to review her case, and as the Save Nazanin website says: "If the death sentence is upheld, the execution may be carried out shortly after. This means that we may only have one or two weeks left to save Nazanin. Based on past cases, it is known that if the Iranian government receives official letters from the UN, EU, USA or big and influencial international bodies, they often do not go ahead with the execution. We need the most amount of public outcry this week."
Piccoli particolari: i giudici hanno ignorato le parole della giovane e dei testimoni oculari e le prove. È risultato anche che gli aggressori erano i membri della milizia paramilitare del Bassidj della città di Karadj. Il tutto nell'assordante silenzio dell'ONU e delle ONG.
Qui potete firmare la petizione per salvare la vita di Nazanin.
Su Liberali per Israele è comparso un video tratto da Al Arabiya. Protagonista è Ghada Jamshir, attivista per i diritti delle donne originaria del Bahrein. Nella forza con cui affrontava il video ho rivisto quella antica delle braccianti che cantavano:
Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
per amor dei nostri figli
sebben che siamo donne
paura non abbiamo
per amor dei nostri figli
in lega ci mettiamo
Ed è veramente per amore di migliaia di figlie che Jamshir parlava, in nome delle bambine e delle adolescenti sposate per procura ad uomini troppo più grandi di loro, destinate ad una vita di sottomissione. Un destino che non è ineluttabile e può, anzi deve essere cambiato: questo è il messaggio di tante donne coraggiose come lei, Irshad Manji e Ayaan Hirsi Ali.
Questo è il femminismo che vorrei, non quello che sospira dicendo "è la loro cultura"!
Spero che questa notizia abbia il rilievo che merita su giornali e telegiornali. E' la prima grande vittoria contro tradizioni barbare che mettono a rischio la vita e la salute delle bambine. Tutte le donne dovrebbero esserne coscienti e impegnarsi perché possiamo vincere non solo la battaglia ma anche la guerra.
04/04 07.45
Una donna nigeriana è stata arrestata a Verona dagli agenti della Squadra mobile per tentata mutilazione degli organi genitali di una neonata di 14 giorni, figlia di nigeriani. E' il primo caso di appplicazione della recente legge sul divieto di pratiche di mutilazione genitale femminile. La donna è stata fermata mentre entrava nell'abitazione dei genitori della piccina, che avevano richiesto l'intervento. Per queste operazioni la nigeriana si faceva pagare 300 euro.