COMUNICATO DEL 17/12/2006
In occasione del recente aumento del canone RAI, fissato per l’anno 2007, ci sentiamo in obbligo di domandare una migliore qualità dell'informazione e maggiore attenzione a temi quali lo stato dei diritti umani nel mondo e, in particolare, nel Darfur, il cui conflitto dura inosservato da tre anni e spegne ogni giorno la vita di centinaia di civili.
Chiediamo di svegliare le coscienze dal torpore dell’indifferenza, di volgere lo sguardo verso gli uomini e le donne che ogni giorno lottano per la sopravvivenza, ascoltare il grido che dal basso tenta di raggiungere i vertici dell’informazione televisiva per costringerli con il nostro potere contrattuale, che ci deriva dall’essere i “consumatori” dell’informazione, a promuovere servizi e approfondimenti sulle grandi crisi umanitarie come quelle del Darfur. Alimentando una maggiore coscienza del genocidio in atto nel Darfur, si può infatti sperare che il Governo Italiano si impegni maggiormente a livello internazionale per fermare le ingiustizie e le atrocità che si stanno compiendo nella regione.
Non c’è niente- di lecito – che possa fermare uomini e donne assetati di conoscenza, ma molti – troppi- sono gli interessi in gioco e in tanti premono affinché il consumatore non sia posto nelle condizioni di fare domande. Chi sa e vuole sapere ancora di più è, infatti, il meno controllabile e il meno gestibile dei cittadini.
Abbiamo una grande arma pronta a sparare: il telecomando.
Allora svegliamoci dal sonno della coscienza, rendiamo liberi i produttori dell’informazione dalla schiavitù del mercato e dalla banalità dello share, comprensibile ma non giustificabile dinanzi a temi d’universale portata per i privati ma inconcepibile per una televisione che si dichiara pubblica e al servizio dei cittadini.
Se amate l'arte ma odiate la folla e per Natale volete visitare una mostra che non sia un "evento" inflazionato dal battage pubblicitario, correte a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi. Nella dimora della famiglia che resse le sorti della città, oggi sede della Provincia, è esposto
fino al 14 gennaio lo straordinario Apoxyomenos ripescato nel 1997 al largo dell'isola dalmata di Lussino e riportato alla primitiva bellezza dall'Istituto di Restauro croato, in collaborazione con l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Una di quelle mostre eccezionali che meriterebbero, eppure non hanno, la massima risonanza, non solo per la qualità dell'opera ma anche perché è la sua prima ed unica tappa fuori dai confini croati (e tte credo: come si fa a non essere gelosi di un tale capolavoro?
)
La statua di bronzo, copia di un originale greco, è certamente un capolavoro ma non un esemplare unico. Appartiene alla tipologia del cosiddetto Atleta di Efeso, anch'esso bronzeo, ritrovato nel 1896 ed oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna, di cui possediamo altri esempi in marmo ed in basalto. Il ritrovamento di due copie identiche di bronzo, più una testa dello stesso materiale già a Venezia nel Settecento ed oggi in Texas, dimostra tuttavia che la bottega da cui sono uscite possedeva i calchi dell'originale: esse pertanto, e quella di Lussino in particolare, sono da considerarsi le riproduzioni più fedeli dell'archetipo, databile al IV sec. e perduto come quasi tutte le opere originali dell'età d'oro dell'arte greca. Le analisi al C14 sui reperti organici rinvenuti all'interno, un nido di roditori e i noccioli della frutta di cui si erano cibati (sic
) convincono a datare la scultura restituita dall'Adriatico a metà I sec.a.C.
Quel che colpisce, al primo impatto, è la purezza del volto imberbe. L'atleta che si deterge con uno strigile, una sorta di spatola metallica, dalla mistura di olio, polvere e sudore che lo ricopre è un pugile adolescente che ha preso parte alle gare dei pàides, i ragazzi sotto i 19 anni (ma chiamalo fanciullo, con un fisico così...
). A quest'impressione contribuisce l'accenno di morbidezza della pelle, che purtroppo le fotografie non riescono a restituire. Che sia un pugile lo dimostra un particolare appena accennato, com'è nel gusto dell'arte classica che rifiuta la caratterizzazione individuale e confina il realismo alle figure selvagge e negative: le orecchie dall'antelice gonfio a causa dei colpi ricevuti. Le labbra dischiuse, delicatissime, sono state realizzate in rame per accentuare il realismo della figura.
I capelli intrisi di sudore si dividono in corte ciocche ispide sulla fronte, come quelli degli atleti che vediamo alla tv, ma sulla sommità del capo e sulla nuca prendono vita, si sovrappongono e s'intrecciano come una massa animata di serpenti. E', questo, un forte accento di verità, forse il più forte dell'intera opera. Ci si va allontanando dalle pettinature ordinate ed astratte degli eroi di Policleto.
Il grande artista che fissò il Canone della figura umana resta comunque il riferimento principale dell'autore. Evidente il richiamo al Doriforo, che ha indotto la maggior parte degli studiosi ad assegnare l'archetipo perduto a Dedalo di Sicione, allievo di seconda generazione di Policleto. Ma è passato quasi un secolo, il perfetto ideale classico si è incrinato sotto i colpi della Guerra del Peloponneso e delle vicende successive: ed ecco che il busto ruota, il braccio destro sembra tagliare la figura e la spalla sporge in un primo accenno di penetrazione nello spazio. E' il primo passo verso il braccio completamente disteso dell'Apoxyomenos di Lisippo, che verrà poco dopo.
La mostra però, e questo è a mio avviso il suo difetto principale, non aiuta ad apprezzare tale complessità di riferimenti ed influenze, essendo impostata come una sorta di incontro ravvicinato del terzo tipo ispirato a 2001 Odissea nello spazio. Lo spettatore passa dall'oscurità dell'ingresso al bianco accecante della sala in cui si trova l'opera, che alle persone digiune di cinema può fare l'effetto di una gigantesca TAC. Avrei preferito meno spettacolarità e maggior ampiezza di riferimenti: mi sarebbe piaciuto ad esempio vedere affiancata a questa la copia di Vienna, o almeno quella in marmo degli Uffizi, per poterle confrontare. Ci avrei messo anche le opere di Policleto e di Lisippo, ma forse mi sto allargando troppo
Questo però non ne inficia la qualità complessiva, alla quale si aggiungono il basso costo del biglietto (5 euro per visitare sia il palazzo sia la mostra) e lo scarso affollamento, che è una benedizione considerando il ridotto spazio espositivo
Spero di non avervi annoiati e soprattutto di avervi invogliati a vedere questa meraviglia uscita dal Mare Nostrum!
Pur nel caos che governa la mia vita in questo periodo, ero riuscita a seguire il caso di Piergiorgio Welby. Lo appoggiavo e lo appoggio tuttora, perché al suo posto -immobilizzata a letto con la gola forata da una cannula, ridotta ad un vegetale pensante, colmo di desideri, anche semplici come quello di una bella gita in bicicletta, che non può soddisfare- penserei e farei esattamente lo stesso. Speravo che la giustizia desse ascolto alla richiesta di un malato (richiesta legittima, in virtù del principio che solo l'individuo ha diritto di decidere della propria vita, fintantoché non danneggia quella degli altri) di terminare una terapia che ai suoi occhi ha assunto i contorni di una sadica ostinazione, una vita che in quelle condizioni gli pare indegna di essere vissuta. Speravo, pregavo, tifavo. Come sempre, invano.
Leggendo le motivazioni del giudice Angela Salvio, alla delusione hanno fatto seguito gli interrogativi. Primo, se il giudice non abbia tentato di filarsela all'inglese per evitare di sollevare dibattiti e polemiche. Secondo, con che razza di faccia di bronzo abbia potuto condannare Welby a vivere una vita d'inferno adducendo motivi così risibili. Terzo, fino a quando dovremo aspettare perché si affronti seriamente questo problema, affinché nessuno debba passare quel che sta passando Piero.
E' sconsolante rendersi ogni volta conto di come, nonostante il Tribunale per i diritti del malato, in Italia i diritti dell'individuo restino una bestemmia per buona parte della classe politica. In compenso, se prima avevo dubbi sul fatto di partecipare alla veglia di stasera a causa dei miei impegni, ora non ne ho più.
Signori, giù il cappello. Siamo davanti ad uno dei massimi capolavori dell'arte antica, e segnatamente di quell'arte, chiamata ellenistica, sorta dalla disgregazione dell'impero di Alessandro in tanti regni governati dai suoi successori, i Diadochi. Uno di questi, il piccolo regno di Pergamo, sorse sulle coste del Mar Nero grazie all'iniziativa del cassiere di Alessandro, che diede vita alla dinastia degli Attalidi. Uno stato piccolo, ma molto ambizioso, che si poneva come "nuova Atene" e visse una fioritura culturale straordinaria.
Il regno aveva due grossi problemi: un vicino potente come la Siria dei Seleucidi e i Galati, un popolo di origine celtica. A questi - o meglio, alla vittoria del re Eumene II su uno di questi- dobbiamo il grandioso altare di Zeus, eretto per ringraziare gli dèi della vittoria nella battaglia di Magnesia (190 a.C.) contro Antioco III di Siria, al fianco degli storici alleati di Roma, o della vittoria contro i Galati (166 a.C). L'ipotesi più diffusa è ormai quest'ultima, di conseguenza il monumento risalirebbe al 166-156 a.C.
![]()
L'altare vero e proprio era all'interno del grandioso colonnato, ornato da due fregi: uno esterno, raffigurante la Gigantomachia (lotta fra gli dèi e i Giganti, figli della Terra che avevano tentato di assaltare l'Olimpo) e uno interno, raffigurante il mito di Telefo, figlio di Eracle e leggendario fondatore della città di Pergamo. Un'opera magniloquente, paragonabile solo al Partenone per l'ampiezza e la qualità della decorazione scultorea.
I Giganti dalle code serpentine soccombono agli Dèi, portatori della civiltà trionfante sulla barbarie, ma pur rappresentando l'inciviltà non hanno volti selvaggi e deformi. I loro volti e i loro corpi esprimono un pathos di un'intensità che può sembrare eccessiva, ma non lascia indifferenti. Orbite scavati, labbra schiuse in una supplica o in un grido. Solo dal IV secolo in poi l'arte greca si apre alla rappresentazione delle passioni e delle sofferenze degli uomini, e nell'Ellenismo se ne vedono i frutti maturi.
Meraviglioso il viso del giovanissimo gigante Alcioneo afferrato per i capelli da Atena, con la madre Gea che emerge nel vano tentativo di aiutarlo...

E i panneggi... Credo che poche cose al mondo diano i brividi come un panneggio ellenistico. Sembra di sentirli frusciare, mentre si dispiegano e s'infrangono come onde marine, mossi come da venti cosmici. Non per nulla si parla dell'arte ellenistica come del Barocco antico...

Come ha fatto questa meraviglia a finire a Berlino? Storia lunga
Fu asportato da archeologi tedeschi nel 1886 su autorizzazione del sultano, dopo che uno di essi ebbe scoperto i blocchi del fregio, riutilizzati in edifici posteriori. La giovane Germania di Bismarck era una potenza in ascesa e non si poteva dirle di no... Ora il sindaco della città, che oggi si chiama Bergama, lo rivuole indietro : vedremo come andrà a finire 
La fatica è stata tanta, l'angoscia anche.
Ma ho già capito dove andrò a fare l'Erasmus.
