Nel 1573 il pittore Paolo Caliari, detto il Veronese, fu convocato dal tribunale veneziano del Sant'Uffizio con l'accusa di eresia. Fondamento dell'imputazione era il modo in cui aveva raffigurato l'Ultima Cena in un grande dipinto per il refettorio del convento dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia: in un fastoso ambiente più consono ai banchetti dei patrizi veneti che alla povertà evangelica, riempito da personaggi del tutto estranei alla Palestina del 33 d.C. : alabardieri tedeschi, animali, buffoni, servitori che perdono sangue dal naso.
Michelangelo aveva rischiato di vedere abbattuto il suo Giudizio Universale per la nudità dei suoi personaggi: il nostro pittore rischiava lo stesso?
Per capire meglio dobbiamo fare un salto indietro di 10 anni. Il Concilio di Trento, nella sua ultima sessione (1563) aveva ribadito l'importanza delle immagini sacre contro le accuse di idolatria che provenivano dai protestanti: pitture e sculture erano la Bibbia dei poveri, dovevano istruire il popolo nei precetti della Fede ed offrirgli modelli di santità cui conformarsi. Di conseguenza, per non indurre in errore i fedeli (spesso analfabeti) l'arte doveva raffigurare le scene sacre esattamente com'erano descritte nel Vangelo, con la massima semplicità e chiarezza, ovviamente evitando nudità e altre forme di lascivia. All'Inquisizione spettava il compito di controllare l'ortodossia delle raffigurazioni.
E' evidente che il telero del Veronese non rispetta affatto queste norme: difficilmente capiremmo che si tratta dell'Ultima Cena, se non lo sapessimo, e questo il Sant'Uffizio, impegnato in una lotta senza quartiere contro l'eresia, non poteva tollerarlo.
Alla fine del processo il pittore fu condannato a correggere il dipinto,ma riuscì ad evitarlo con un trucco semplice ed astuto: cambiare il titolo del quadro, rifacendosi ad un passo del vangelo di Luca ("Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi!".Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola").
Fu così che l'Ultima Cena divenne "Cena in casa di Levi".
Il verbale del processo ci è pervenuto integralmente. Con le sue risposte talvolta sfrontate talvolta disarmanti (per fortuna l'Inquisizione era poco potente a Venezia, altrimenti non l'avrebbe passata liscia
) il Veronese difende con coraggio la libertà dell'arte davanti a coloro che volevano imprigionarla nelle maglie del dogmatismo religioso, divenendo quasi un simbolo di tutti gli artisti che ancora oggi nel mondo lottano per i diritti della creatività.
D. Sapete la causa perché siete stato costituito?
R. Signori no.
D. Potete immaginarla?
R. Immaginarla posso ben [...] Il Priore di San Zuane Polo [...]mi disse che era stato qui, e che Vostre Signorie Illustrissime gli avevano dato commission ch'el dovesse far far la Maddalena in luogo del can. E mi ghe resposi che volentieri averia fatto quello ed altro, per onor mio e del quadro, ma che non sentivo che tal figura della Maddalena potesse giacer che la stesse bene [...]
D. In questa cena che avete fatto in San Giovanni Paulo, che significa la pittura di colui che gli esce il sangue dal naso?
R. L'ho fatto per un servo, che per qualche accidente li possa esser venuto il sangue dal naso.
D. Che significa quelli armati alla todesca vestiti, con una lambarda per uno in mano?
R.[...] Nui pittori si pigliamo licenza, che si pigliano i poeti e i matti; e ho fatto quelli dui alabardieri,uno che beve e l'altro che mangia appresso una scala morta, i quali sono messi là, che possino far qualche officio, parendomi conveniente che 'l padron de casa, che era grande e ricco, secondo che mi è stato detto, dovesse avere tal servitori.
D. Quel vestito da buffone con il pappagallo in pugno, a che effetto l'avete dipinto in quel telaro?
R. Per ornamento, come si fa.
[...]
D. Chi credete voi veramente che si trovasse in quella cena?
R. Credo che si trovassero Cristo con i suoi apostoli. Ma se nel quadro ci avanza spazio, io l'adorno di figure, sì come vien commesso, e secondo le invenzioni. [...] La commission fu di ornare il quadro secondo mi paresse [...] Io faccio le pitture con quella considerazion che è conveniente, che il mio intelletto può capire.
D. Se li par conveniente che alla cena ultima del Signore si convenga dipingere buffoni, imbriaghi, todeschi, nani e simili scurrilità.
R. Signori no.
D. Perché dunque l'avete fatto?
R. L'ho fatto perché presuppongo che questi sieno fuori del luogo dove si fa la cena.
D. Non sapete voi che in Alemagna e in altri luoghi infetti di eresia sogliono con le pitture diverse e piene di scurrilità e simili invenzioni dileggiare, vituperare e fare scherno delle cose della Santa Chiesa Cattolica per insegnar mala dottrina alle genti idiote e ignoranti?
R. Signorsì, che l'è male. Ma perciò tornerò ancora a quel che ho detto, che ho l'obbligo di seguir quel che hanno fatto i miei maggiori.
D. Che hanno fatto i vostri maggiori? Hanno fatto forse cose simili?
R. Michel Agnolo in Roma drento la Cappella Pontifical. Vi è depento il nostro signor Gesù Cristo, la sua madre e san Zuane, san Piero, e la corte celeste, le quali tutte sono fatte nude, dalla Vergine Maria in poi, con atti diversi, con poca reverenza.
D. Non sapete voi che dipingendo il Giudizio Universale, nel qual non si presume vestiti, o simili cose, non occorrea dipigner veste, e in quelle figure non vi è cosa se non di spirito, e non vi sono buffoni, né cani, né arme, né simili buffonerie? E se li pare per questo o per qualsiasi altro esempio di aver fatto bene ad aver dipinto questo quadro in quel modo che sta, e se vuol difendere che il quadro stia bene e condecentemente?
R. Signor Illustrissimo, no che non lo voglio defender; ma pensava di far bene. E non ho considerato tante cose. Pensando di non far disordine niuno, tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è il nostro Signore.
L'altare della basilica milanese di Sant'Ambrogio (842 circa) è uno dei maggiori esempi dell'arte carolingia in Italia. Commissionato dal vescovo Angilberto II, è in realtà un altare-tomba contenente le reliquie del Santo. Queste sono visibili grazie a due sportelli posti nella facciata posteriore (in realtà quella principale) rivolta all'abside, quindi al clero, unico autorizzato a ispezionare le sacre reliquie. 
Le Storie di S.Ambrogio che decorano questa parte, in argento, sono opera di Vuolvinio, artista formatosi probabilmente a Tours, che si rappresenta inginocchiato davanti al Santo che lo incorona. E' forse il primo autoritratto della storia, segno di un'autocoscienza del tutto nuova: l'artista non è semplice strumento della gloria divina, ma è un individuo a cui lo stesso Ambrogio rende omaggio, in pendant con l'arcivescovo Angilberto che, in quanto chierico, dovrebbe essergli superiore.

Caratteristiche dell'arte di Vuolvinio sono la narrazione e le notazioni paesaggistiche essenziali, le forme salde e i contorni limpidi, la freschezza nel tratteggiare le figure e nel rendere il movimento.

La parte anteriore in oro, con Storie di Cristo, è invece opera di un collaboratore di Vuolvinio dai modi più pittorici e narrativi, di ascendenza bizantina.

Di notevole finezza gli smalti cloisonnées nei colori bianco, turchese, blu e rosso (tipici dell'arco alpino e della Lombardia) che nella parte posteriore disegnano teste di angeli nei punti di tangenza delle formelle, in quella anteriore imitano il mosaico.
Sant’Ambrogio (340 circa-397), originario di Treviri, fu vescovo e patrono di Milano. La radice etimologica del suo nome deriva dall’ambrosia, il mitico cibo degli angeli, che allude all’importanza di nutrire lo spirito oltre che il corpo. Dottore della Chiesa, Ambrogio fu uomo di immensa dottrina e apportò un fondamentale contributo alla teologia dei primi secoli del cristianesimo. Vissuto in un periodo di aspre dispute, fu uno dei più importanti oppositori della dottrina eretica dell’arianesimo che combatté con le armi affilate della retorica e dell’eloquenza. Quale attributo della sua sapienza lo accompagna spesso uno sciame di api che, secondo una leggenda, ne avrebbero prefigurato le eccezionali doti di retore e uomo di pensiero, posandosi sulle sue labbra quando era ancora in fasce. Un altro famoso episodio della sua agiografia è quello dell’imperatore Teodosio che si inchina di fronte all’autorità morale e religiosa del santo, in segno di pubblico pentimento per la strage di Tessalonica. Ambrogio può essere anche ritratto nell’atto di battezzare sant’Agostino, di cui fu maestro e guida spirituale. A volte al suo fianco compare san Martino vescovo di Tours, la cui morte il santo previde in sogno. Quando Ambrogio morì venne seppellito nella chiesa milanese a lui dedicata, accanto ai santi martiri Gervasio e Protasio di cui lui stesso aveva rinvenuto le reliquie. Anziano, barbuto e fornito di mitria, piviale e bastone pastorale, la sua iconografia non si discosta da quella di altri santi vescovi, così come dei dottori della Chiesa, con il libro e la colomba dello Spirito Santo. Il suo unico attributo specifico, oltre alle api, è un flagello a tre code che simboleggia il dogma della Trinità messo in dubbio dalla dottrina di Ario.
Trittico di Perugia
1447 (?)
tempera su tavola
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
La grande pala d’altare, costituita da tre registri principali e dalla predella, suddivisa in tre riquadri, fu smembrata nel secolo scorso. A parte due tavolette della predella con scene della vita di san Nicola, oggi alla Pinacotaca vaticana, la maggior parte degli elementi della pala sono oggi conservati a Perugia (Galleria nazionale dell’Umbria). L’opera fu eseguita per la cappella di San Niccolò nella chiesa di San Domenico del capoluogo umbro, posta sotto il patronato della famiglia del vescovo Guidalotti, probabile committente. La critica ha a lungo datato l’opera al 1437, secondo la testimonianza riportata in una cronaca di padre Bottanio, ma il fatto che il san Nicola della tavola maggiore sia raffigurato senza mitra e senza barba, potrebbe nascondere un cripto-ritratto di Niccolò V, elevato al soglio pontificio il 6 marzo 1447. La datazione più avanzata giustificherebbe inoltre la tarda influenza dell’Angelico sulla pittura umbra, percepibile solo intorno alla metà del secolo.

Predella del Trittico di Perugia (Pinacoteca Vaticana): La vita di san Nicola è avvolta nella leggenda. Si narra che egli, ancora bambino, si rifiutasse di bere il latte nei giorni consacrati al digiuno, dimostrando i primi segni di una vocazione precoce. Vissuto probabilmente tra IV e V secolo, fu vescovo di Myra in Asia Minore dove fu sepolto. La fama della sua santità e dei suoi poteri taumaturgici si diffuse velocemente in tutto l’Oriente cristiano. Nel 1087, a causa della distruzione della città per mano dei musulmani, le sue spoglie furono trasferite nella cattedrale di Bari o, secondo una diversa tradizione agiografica, nella chiesa veneziana di San Nicolò al Lido. Tra i santi più venerati della cristianità, Nicola è il protettore delle fanciulle da marito in virtù di uno degli episodi della sua leggenda, dove si narra di come egli avesse salvato dalla cattiva sorte tre fanciulle troppo povere per trovare marito. Il santo si recò per tre notti nell’umile casa lasciandovi ogni volta una palla (o un sacco) d’oro zecchino: la magica dote permise alle fanciulle di sposarsi e al padre di recedere dall’intento di prostituirle. Le tre palle d’oro sono, per questo, attributo del santo, altrimenti caratterizzato unicamente dall’abito e dalle insegne vescovili. Nel miracolo del grano, invece, il santo moltiplicò prodigiosamente la quantità delle derrate giunte al porto di Myra e destinate ai granai imperiali, così da poter distribuire cibo ai poveri, vittime di una terribile carestia. In altri celebri episodi Nicola salva tre uomini condannati ingiustamente a morte, resuscita tre fanciulli gettati in tre botti di salamoia. San Nicola, in quanto protettore delle imbarcazioni in navigazione, era venerato dai mercanti che lo invocavano per portare a buon fine il trasporto delle merci attraverso il Mediterraneo. Il mare e i suoi pericoli fanno, infatti, da sfondo al miracolo del calice d’oro, racconto esemplare contro la cupidigia, così come all’episodio del santo che placa la tempesta mettendo in salvo un intero equipaggio.
Nascita di San Nicola, Vocazione di San Nicola, Dono alle tre fanciulle povere

S.Nicola salva il vascello
San Nicola incontra gli ambasciatori dell'imperatore

Morte del Santo
Per "festeggiare" la mia 50 o 60esima visione di questo film Joshua Reynolds, Il colonnello St Leger
ho deciso di dedicare una paginetta al suo profondo legame con le arti figurative. "Barry Lyndon" appare, dal punto di vista della fotografia, come un lungo tableau vivant che soffia sui capolavori della grandiosa stagione del '700 inglese un alito di vita. L' atmosfera degli esterni è quella di Constable o di Bernardo Bellotto, i costumi sono ovviamente ispirati alla ritrattistica di Gainsborough e Reynolds.
John Constable, Malvern Hall
Bernardo Bellotto, Veduta di Vienna
Thomas Gainsborough, La passeggiata
Non mancano riferimenti a William Hogarth, corrosivo fustigatore armato di pennello e bulino, in particolare alla sua serie di dipinti "Il matrimonio alla moda"
Ma il quadro vivente di maggior impatto è certamente la scena di Lady Lyndon avvelenata, citazione precisa dell'Incubo di Fussli. L'identità è totale: stesso colore distribuito in cupe macchie chiaroscurali, stessa posizione del corpo inarcato e avvolto nelle lenzuola.
Tanti altri sono gli esempi possibili, i tasselli di pittura che assieme alle splendide musiche e alla sottile psicologia dei personaggi fanno di questo film un' Opera d'arte totale. Mi dispiace solo di non poterne parlare con la dovuta capacità di approfondimento (magari ne riparlerò più avanti...), ma in fondo la cosa migliore è guardare la pellicola ed ascoltare le emozioni che suscita in ognuno di noi! Ecco una biografia (da Wikipedia)
Frida Kahlo - (Coyoacán, Città del Messico 6 luglio 1907 - 13 luglio 1954) - Figlia d'arte, fu una pittrice dalla vita quanto mai travagliata; sosteneva di essere nata nel 1910, figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno. La sua attività artistica ha avuto di recente una rivalutazione, in particolare in Europa con l'allestimento di numerose mostre.
Affetta da poliomielite dall'età di cinque anni, fin dall'adolescenza manifestò talento artistico ed uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale. Fu amica di Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli Anni venti.
Andò sposa nel 1929 al pittore di murales Diego Rivera; divorziò e lo risposò nel 1940 a San Francisco. Da lui aveva assimilato uno stile volutamente naïf che la portò a dipingere in particolare piccoli autoritratti ispirati all'arte popolare e alle tradizioni precolombiane. La sua chiara intenzione era, ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native, affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana.
Nei suoi ritratti raffigurò molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita il maggiore dei quali fu il grave incidente di cui rimase vittima nel 1925 mentre viaggiava su un torpedone. I postumi di quell'incidente (un palo le perforò il bacino e a causa delle ferite sarà sottoposta nel corso degli anni a trentadue interventi chirurgici) condizioneranno la sua salute (ma non la sua tensione morale) per tutta la vita.
Sotto questo aspetto, forte (ma non privo talvolta di un certo humour) risulta nei suoi quadri l'impatto di elementi fantastici accostati ad oggetti in apparenza incongruenti.
Tre importanti esposizioni le furono dedicate nel 1938 a New York, l'anno successivo a Parigi e nel 1953, un anno prima della morte, a Città del Messico. Nella sua casa di Coyoacán sorge oggi il Museo Frida Kahlo.
Il suo cruccio maggiore fu quello di non aver avuto figli. La sua appassionata (e all'epoca discussa) storia d'amore con Rivera è raccontata in un suo diario. Ebbe - dicono le cronache - numerosi amanti, di ambo i sessi, con nomi che, neanche all'epoca, potevano passare inosservati come quelli del rivoluzionario russo Leon Trotsky e del poeta Andrè Breton.
Frida Kahlo è stata la prima donna ispanica ritratta su un francobollo degli Stati Uniti, emesso il 21 giugno 2001. L'immagine scelta è un autoritratto dell'artista eseguito nel 1933.
La vita, passione e morte di Frida Kahlo sono state raccontate in almeno tre film, l'ultimo dei quali - tratto dalla biografia scritta da Hayden Herrera - è stato girato dalla regista Julie Taymor (Frida) e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002.
Un sito molto completo è http://www.fridakahlo.it/(in inglese).

I miei nonni, i miei genitori ed io
(Padre ebreo ungherese, madre nata da un indio e da una messicana...e poi dicono che il meticciato non dia buoni frutti
)
Come l'Addolorata mostra il proprio cuore trafitto da sette spade, Frida mostra al mondo il proprio corpo e il proprio animo sofferenti, ma non domati. Fu l'atroce incidente che le capitò da ragazza ad accendere in lei il fuoco della pittura, nell'immobilità forzata impostale dai medici, e lei sembra pagare questo debito con il dolore durante tutta la sua attività. Ma ogni traccia di narcisismo viene meno agli occhi dello spettatore: quello che resta è la poetica dell'autoritratto come affermazione della propria esistenza, come spietata autoanalisi condotta con gli strumenti del Surrealismo e dell'arte tradizionale messicana come dei libri di anatomia.

Autoritratto con collana di spine
Le due Frida
La colonna spezzata
Henry Ford Hospital
Albero della speranza mantieniti saldo
Nonostante questo calvario che la sta portando alla fine, ella ha voluto intitolare il suo ultimo quadro VIVA LA VIDA: una natura non morta ma vitalissima e gioiosa... 
Una delle opere di Manet che amo di più...
Olympia irrompe scandalosa nel trito panorama artistico del 1863-65 e spiana la strada alle provocazioni dell'arte contemporanea (che ultimamente hanno subito una caduta di gusto verticale
). Le critiche deliranti che l'accolsero al Salon del 1865, col pubblico che tentò di distruggerla, sono una conferma dell'assunto di Oscar Wilde per cui "le opere che gli uomini chiamano 'immorali' sono semplicemente opere che mostrano al mondo la sua vergogna". Olympia sbatte in faccia alla boria impellicciata dei nuovi ricchi che controllavano le letture delle proprie figlie e a teatro sbirciavano le gambe delle ballerine il suo corpo sgraziato di proletaria, che la sifilide già colora di un giallo di morte. Guarda indifferente e sfrontata l'ipocrita spettatore che dalla sua gente, dal popolo affamato e rivoltoso, vede minacciato il proprio quieto vivere e la propria ricchezza, minaccia che si confermerà cinque anni dopo i fratelli e le sorelle di lei daranno vita alla breve e tragica esperienza della Comune. Non era peccato per lo spettatore in marsina e cilindro sollazzarsi con una di queste donne, costrette dalla desolazione che abitava i quartieri operai a vendere l'unica cosa che possedessero,ma era immorale e scandaloso vedere riflessa la loro miseria in un'esposizione dove cercavano carne fresca ed opere che appagassero i sensi senza attivare il pensiero. Chi è infatti la vera puttana fra Olympia e la Venere di Cabanel, acquistata da Napoleone III in persona? 
Manet, "il pittore della vita moderna" come lo definì il suo grande contemporaneo Baudelaire, filtra la scottante contemporaneità delle sue tele attraverso citazioni coltissime, che certo pochi dei suoi detrattori riconobbero. In questo caso è palese il richiamo alla Venere di Urbino di Tiziano e alla Maja desnuda di Goya, che il pittore modernizza in una sorta di parodia non satirica ma serissima, sostituendo al cagnolino tizianesco un gatto in fregola e alle inservienti sullo sfondo una schiava nera che porge alla padrona l'omaggio floreale di un cliente.

Emile Zola, grande amico del pittore, descrive meglio di quanto possa fare io l'effetto rivoluzionario della sua opera:
"Il talento di Manet è fatto di semplicità e di autenticità. Forse, davanti alla natura incredibile di certi suoi colleghi, si sarà deciso a interrogare la realtà, da solo a sola; avrà rifiutato tutta la scienza acquisita, tutta l’esperienza antica, avrà voluto accingersi all’arte dall’inizio, cioè dall’osservazione esatta degli oggetti. Si è dunque messo coraggiosamente di fronte a un soggetto, ha visto quel soggetto per larghe macchie, per contrasti vigorosi, e ha dipinto ogni cosa così come la vedeva. […] Il temperamento di Manet è un temperamento secco, che penetra in profondità. Ferma vivacemente le sue figure, non arretra davanti alle rudezze della natura, ritrae nel loro vigore i diversi oggetti che si stagliano gli uni sugli altri. Tutta la sua personalità lo porta a vedere per macchie, per frammenti semplici ed energici. […] Sapete quale effetto producono le tele di Manet al Salon. Bucano le pareti. Semplicemente. Tutt’intorno ad esse si spandono le dolcezze dei confettieri artistici alla moda, gli alberi di zucchero candito e le case di timballo, gli uomini di pan pepato e le donnine fatte di crema alla vaniglia. Il negozio di caramelle diventa più rosa e più dolce, e le tele vive dell’artista sembrano assumere una certa amarezza in mezzo a quel fiume di latte. "(Manet al Salon del 1866, in L'Evenement, 7 maggio 1866)
Rivoluzionaria è anche la tecnica pittorica, che molti giudicarono rozza ed è invece l'apripista di quella impressionistica: chiaroscuro limitato, forme semplificate, pennellate rapide e ben visibili. Aggiungete l'assenza di profondità ed avrete l'esatto contrario della pittura "fotografica" che spadroneggiava in quegli anni. Manet rigetta la sua formazione di stampo accademico sotto ogni aspetto, formale e contenutistico: è troppo.
Manet però era pur sempre un borghese, non certo un bohémien né un radicale: più che un rivoluzionario in senso stretto, quindi, fu un innovatore che cercò di infondere nuova vita all'arte attraverso i canali ufficiali, i quali lo rifiutarono. Non aderì mai ufficialmente al movimento impressionista, anche se simpatizzò con quei giovani pittori che lo avevano proclamato loro caposcuola.
Concludo queste mie notazioni sparse sull' Olympia con le parole di un altro scrittore francese, Paul Valéry:
“Olympia urta, sprigiona un orrore sacro, si impone e trionfa. È scandalo, idolo; potenza e presenza pubblica di un sordido arcano della società. La sua testa è vuota: un filo di velluto nero la isola dall’essenza del suo essere. La purezza di un tratto perfetto racchiude l’Impura per eccellenza, colei la cui funzione esige l’ignoranza tranquilla e candida di ogni pudore”.
Nel lontano 1263 un prete boemo, incredulo circa la transustanziazione, cioè la trasformazione dell'Ostia e del Vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, si recò in pellegrinaggio a Roma; di ritorno si fermò a Bolsena a celebrare la Santa Messa e vide cadere dall'Ostia il sangue di Cristo, tanto che il Corporale ne fu bagnato. Papa Urbano IV, che si trovava ad Orvieto, ordinò che il Sacro Lino ivi fosse portato per dargli una sede dignitosa. Il 13 novembre del 1290, il Papa Nicolò IV pose la prima pietra della nuova Chiesa, il luogo fu quello dove già esistevano le Chiese di S. Costanzo e quella dedicata a S. Maria Prisca. I Lavori durarono circa tre secoli, il primo architetto fu Arnolfo di Cambio, sembra però che il primo costruttore sia stato Fra Bevignate da Perugia. I lavori furono poi proseguiti da un certo Giovanni Uguccione che nella crociera e nell'Abside riprese lo stile gotico. La stabilità del Duomo risultò subito precaria, tanto che si richiese il parere di un esperto e precisamente dell'architetto Lorenzo Maitani, il quale, oltre a rinsaldare la costruzione, eresse fra il 1310 e il 1330 la splendida facciata, ispirata a quella del duomo di Siena e da lui stesso ornata di rilievi che sono tra i capisaldi dell'arte gotica senese.

Creazione di Adamo
I dannati
Interno del Duomo
Il Corporale del Miracolo di Bolsena non andò certo a finir male: è tuttora conservato nel Reliquiario omonimo, opera del senese Ugolino di Vieri, risalente al 1337-38. La forma è affine a quella della cattedrale (caratteristica tipica dei reliquiari gotici), con pinnacoli sormontati da statuette; qiest'architettura incornicia gli smalti traslucidi, luminoso vanto dell'oreficeria di Siena, con Storie di Cristo e il Miracolo di Bolsena. Questo capolavoro, eseguito fra il 1605 e il 1608 per ordine dei Farnese, doveva essere collocato in origine ai lati del coro del Duomo. Se la Vergine Annunciata, nel suo moto di istintivo riserbo, crea una spirale avvolgente, l'Angelo è tutto un moto spiegato, in diagonale dall'alto in basso, instabile, quasi scomposto. Su tali direttrici stilistiche il Mochi imposterà tutte le sue opere, fra cui la Veronica nella Basilica di San Pietro e i ritratti dei Farnese a cavallo nella piazza di Piacenza.
La parte più famosa del Duomo è certamente la Cappella di San Brizio, affrescata da Luca Signorelli (1455-1523).
Costruita tra il 1406 e il 1444, la cappella si apre sul braccio destro del transetto del Duomo. Due dei quattro spicchi delle volte e le decorazioni dei costoloni e delle fasce laterali sono stati eseguiti dal Beato Angelico, chiamato nel 1447 e affiancato in seguito da Benozzo Gozzoli e Pietro di Nicola Baroni poiché i lavori procedevano troppo a rilento. Luca Signorelli completò l'opera, lavorando cinque anni, dal 1499 al 1504. Temi dei suoi affreschi le "Storie dell'Anticristo", il "Finimondo", la "Resurrezione della carne", i "Dannati", gli "Eletti", il "Paradiso" e "L'Inferno". Il significato generale della decorazione è di valenza escatologica; in una cappella dedicata all'Assunzione della Vergine e in una cattedrale piena di riferimenti eucaristici, è sottolineato il ruolo mediatore di Maria, di Cristo, dell'Eucarestia e della chiesa nella prospettiva di una sicura salvezza umana. Certamente in un periodo tormentato come quello il terrore alimentava l'attesa di un rinnovamento e di un riscatto tramite il Sacrificio di Cristo (pensate alle prediche di Savonarola che influenzarono la "Natività mistica"di Botticelli, più o meno contemporanea).
C'è poco da stare allegri, direte voi, eppure a me pare che Luca non rinunci a mettere in queste raffigurazioni, oltre alla sua maestria nella prospettiva e nella rappresentazione anatomica, anche un poco di spirito grottesco "gotico". Nella Resurrezione della carne e nel Giudizio in particolare si va dal diavolo contento di cuccarsi una bella ragazza (ovvero la meretrice dell'Apocalisse) agli scheletri che conversano amabilmente con i vecchi amici risorti
Giudizio finale
Resurrezione della carne
Nei Fatti dell'Anticristo osserviamo un vero e proprio "finto Cristo", identificato con le persone e i flagelli più vari (Savonarola, i turchi, la peste nera, Alessandro VI, il Male, Caino...Berlusconi no perché non era ancora nato
)
predicare ciò che gli suggerisce il Diavolo alle sue spalle. Egli trascina il mondo nella violenza e nella corruzione attraverso i suoi falsi precetti e miracoli, secondo il racconto dell'Apocalisse. Al culmine del potere, l'emissario di Satana cerca coronare il suo folle progetto: prendere il posto di Dio. L'ampio spazio circolare al centro della scena è il punto da cui tenterà la gloriosa ascensione al cielo, spinto dalla smisurata superbia di Satana simboleggiata dall'immagine scolpita sul podio che sormonta (cavaliere nudo che cerca invano di domare un cavallo rampante e senza finimenti). Dio allora invia l'Arcangelo Michele che si scaglierà contro di lui con il potere datogli da Cristo; i due si affrontano in Cielo e l'angelo sconfigge il demonio, dando inizio con la definitiva sconfitta del Male alla fine del mondo.
La scena è popolata di personaggi contemporanei, evidente richiamo all'attualità, tra cui Signorelli e Beato Angelico vestiti di nero.
Sotto i lunettoni un alto zoccolo è suddiviso da pilastrini decorati a candelabri che delimitano campi quadrati a grottesche su fondo dorato, con al centro ritratti di grandi poeti e filosofi circondati da medaglioni monocromi con scene delle loro opere: Omero con scene tratte dall'Iliade, Empedocle che indica la sovrastante scena del Finimondo, Orazio circondato da scene mitologiche relative all'Ade (con personaggi come Orfeo, Eurudice, Enea.....), Ovidio con raffigurazioni delle Metamorfosi, Dante con immagini della Divina Commedia (i primi undici canti del Purgatorio).
Un bel testo di approfondimento su questa Cappella:
http://www.bta.it/txt/a0/02/bta00265.html
Poco distante sorge il Museo dell'Opera del Duomo, sito in Palazzo Soliano, costruito nel 1297 su ordine di Papa Bonifacio VIII come sede pontificia e chiamato così dal nome del borgo in cui sorgeva, quando la sede pontificia fu trasferita ad Avignone (1307). Qui troverete quella che è stata definita la prima scultura barocca: l'Annunciazione di Francesco Mochi.
Il Mochi si interessò per tutta la vita al problema del movimento in atto, in questo primo scultore della nuova era barocca; alla sua opera non è estraneo il realismo caravaggesco, evidente nei volti e nei particolari anatomici.
Veronica (Una foto migliore è all'indirizzohttp://www.wga.hu/art/m/mochi/veronica.jpg) Alessandro Farnese
Ranuccio Farnese
P.S.:Il Miracolo di Bolsena fu rappresentato anche da Raffaello nella seconda Stanza Vaticana, quella "di Eliodoro", nel 1512-13. La scelta del tema costituisce un omaggio di papa Giulio II allo zio Sisto IV, che riportò in auge la festa del Corpus Domini istituita proprio in occasione dell'evento prodigioso del 1263, ed insieme un ricordo del trionfo nel concilio del 1512. Il papa è ritratto in preghiera davanti all'altare; alle sue spalle alti prelati della corte papale e, in basso a destra, le prime guardie svizzere (il corpo di guardia papale fu infatti istituito da questo pontefice).
Bei tempi in cui la politica si faceva con i capolavori...
Particolare delle guardie svizzere
In una di quelle piccole strade immobili che ti fanno dimenticare di essere in un punto nevralgico del turismo mondiale, fra gli Uffizi e Ponte Vecchio, subito alle spalle dell'edificio museale, c'è un olivo. 
Questa via dall'aspetto tranquillo è via dei Georgofili, che nel lontano 1993 fu teatro di una strage di mafia nota come "attentato degli Uffizi". Un'autobomba esplose proprio dove oggi si trova la pianta, ai piedi della Torre del Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili (che si occupa di agraria) uccidendo cinque persone: la custode dell'Accademia Angela Fiume, il marito Fabrizio Nencioni, le figliolette Nadia di 9 anni e Caterina di 50 giorni e Dario Capolicchio, studente 22enne che abitava di fronte all'Accademia. La bomba devasta il centro storico per ben 12 ettari, colpendo anche opere d'arte della Galleria degli Uffizi e altri edifici d'interesse storico-artistico. Fra le "vittime" artistiche c'è la sublime "Natività" di Gerrit van Honthorst detto Gherardo delle Notti, oggi devastata ma forse per questo ancora più forte nel suo messaggio di bellezza che supera e sconfigge la barbarie.
Gli esecutori materiali della strage sono stati condannati, ma dopo dodici anni non si è ancora scoperto chi ha ordinato questa strage o quantomeno ne era a conoscenza e non l'ha impedita.
Perciò, la prossima volta che andrete a Firenze, fate una piccola deviazione dal vostro itinerario, fermatevi per qualche minuto davanti a questa pianta e leggete la targa che l'accompagna:
"L'olivo, questa generosa e vivace pianta mediterranea, simbolo mitologico e sacro di grandi valori, ha l'emblematica capacità di rigenerare la propria chioma produttiva quando viene offesa o anche del tutto stroncata da straordinari eventi naturali o da azioni perverse dell'uomo stesso.
Il "Comitato Georgofili-Lambertesca", grazie alla collaborazione dell'Accademia dei Georgofili, pone questa pianta all'attenzione del passante per ricordare il barbaro atto dinamitardo qui perpetrato il 27 maggio 1993 e per evidenziare la contrapposta forza morale di chi è stato barbaramente colpito.
Firenze, 27 maggio 2004."
07/01/2006 00:18
GUATEMALA, SCOPERTI GEROGLIFICI MAYA
Sono stati scoperti in Guatemala i geroglifici maya più antichi del Centroamerica. Lo ha scritto la rivista scientifica "Science". I geroglifici sono stati trovati in un blocco di pietra nella piramide maya di Las Pinturas,a San Bartolo, in una zona dove alcune settimane fa venne rinvenuto dagli archeologi un antico dipinto che ritrae la nascita del Dio del mais e che è stato ribattezzato la "Cappella Sistina dei Maya".I geroglifici, dieci, in grosse linee nere, risalirebbero al 200-300avanti Cristo.La decifrazione è complicata, dicono gli scopritori dell'equipe dell'antropologo Saturno,dell' università di New Hampshire.
L'edizione americana del National Geographic Magazine ha dedicato un bel servizio a questo ritrovamento. Lo trovate su Internet all'indirizzohttp://www7.nationalgeographic.com/ngm/0601/feature5/index.html
Altri links:
http://www.sanbartolo.org/
http://www.maya-archaeology.org/
Questa è la zona del ritrovamento:

Questo è il più antico dipinto murale Maya che sia mai stato scoperto, risalente al 100 a.C. Illustra un mito della creazione: il dio Ajaw Ek Winik, personificazione della regalità, offre il proprio sangue per fondare l'universo. 